
Riflessioni sull’equilibrio fragile tra cura e controllo
Ci sono gesti che, nella loro apparente semplicità, raccontano un’intera visione del mondo. Come la decisione di rimuovere una manifestazione cutanea chirurgicamente, convinti di poter correggere un corpo che ha migliaia di anni di evoluzione alle spalle. Si pensa di essere più intelligenti di quell’insieme di memorie, adattamenti e sapienza organica che, per ragioni a noi spesso ignote, decide di generare un’alterazione sulla pelle.
Non è raro che, dopo un intervento, la manifestazione cutanea torni a riformarsi uguale o in altri modi. Accade quasi a voler ricordare che ogni manifestazione del corpo ha un’origine più profonda di quanto si possa immaginare.
Questo semplice esempio diventa un simbolo: si preferisce spesso combattere, cancellare, sterilizzare qualsiasi segno di imperfezione, piuttosto che interrogarsi sul senso della sua comparsa.
L’illusione del controllo e la perdita della sensibilità
Si osservano situazioni paradossali che nascono dalla stessa logica. Come accade in alcune famiglie dove, per il timore di non fare abbastanza, si sommano farmaci su farmaci. C’è chi vive nell’ansia costante per la salute dei figli, arrivando a somministrare cortisone e antibiotici di continuo. Malattie ricorrenti, come otiti o febbri persistenti, diventano la norma. Eppure non si riesce a comprendere che proprio l’accanimento terapeutico indebolisce progressivamente il sistema immunitario, alimentando il problema che si cerca di risolvere.
Questa mancanza di consapevolezza si intreccia spesso a un dolore più antico, a una perdita o a un trauma che ha reso la persona più fragile, più bisognosa di certezze. Si sviluppa una mania di controllo che finisce per invadere ogni aspetto della vita, trasformando la cura in un atto quasi compulsivo.
Il confine tra cura e ossessione
Anche i rimedi farmacologici più comuni possono illudere di aver risolto un problema in modo definitivo. È noto, ad esempio, che l’uso di un cortisonico per un’infiammazione porti un sollievo immediato, ma destinato a svanire in breve tempo. Così, a distanza di pochi giorni o settimane, si ripresenta la stessa condizione, in un ciclo che rischia di non avere fine oppure quello “sfogo” che il corpo ha prodotto si sfoga da un'altra parte magari sotto le forme più diverse e svariate.
Questo atteggiamento nasce da un’idea profonda: credere che vivere significhi prolungare a ogni costo la sopravvivenza, mantenendo il corpo indenne da qualsiasi segnale di cedimento. Ma sopravvivere non è vivere. Sono due esperienze che non coincidono.
Il mito dell’eternità e l’equilibrio naturale
Nel corso della storia, l’essere umano ha vissuto con una prospettiva di vita di trenta o quarant’anni. La medicina, l’igiene e la disponibilità di cibo hanno progressivamente allungato questo limite, generando nuove opportunità ma anche profondi squilibri.
Alcuni animali, come i bradipi, vivono una decina di anni. Sugli alberi, senza bisogno di spingersi oltre i confini della propria essenza. E non sembrano patire questo deficit. Noi, invece, cerchiamo di dilatare il tempo a dismisura, come se la durata fosse il solo criterio di valore di un’esistenza. Ma più si ricerca un controllo totale, più si creano condizioni innaturali e costose in termini di risorse e di equilibrio collettivo.
Nelle società contemporanee convivono ormai tre o quattro generazioni, con un impatto reale sulla disponibilità di spazi e sulla gestione delle cure. Anche senza considerare il denaro come entità materiale, resta il fatto che un numero crescente di persone fragili richiede attenzioni, tempo, energia. È una realtà che chiama a una riflessione onesta sulla responsabilità comune.
Il ciclo naturale e l’accettazione della morte
Il rifiuto della morte attraversa ogni aspetto della civiltà moderna. Si investono risorse enormi per rimandarla indefinitamente, dimenticando che in natura la fine è anche l’inizio di un nuovo ciclo.
In un orto, la morte è una costante. I frutti marciscono, i semi si disfano nel terreno, dando origine a nuove piante. Non esiste un’ostinazione a prolungare ciò che ha compiuto il proprio corso. Questa consapevolezza – che tutto ciò che vive è destinato a trasformarsi – manca spesso nelle società umane, ossessionate dall’idea di continuità.
Oltre il corpo, verso un’altra coscienza
Si continua a credere che l’esistenza coincida con il corpo fisico, e che la sua preservazione sia l’obiettivo principale. Ma questa convinzione rende schiavi di una paura che annulla la possibilità di vivere davvero.
Se si accettasse l’idea che la vita si rigenera in forme diverse, che siamo parte di un insieme più grande, forse la paura si trasformerebbe in rispetto. E con la consapevolezza che anche le malattie rispondono a squilibri interiori, la durata della vita vera percepita, allargandola e non allungandola, potrebbe estendersi in modo naturale, senza interventi forzati, semplicemente attraverso la percezione della suo vasto presente.
In fondo, il senso più profondo della vita potrebbe non essere quello di sopravvivere più a lungo possibile, ma di vivere con pienezza il tempo che ci è dato.
Una domanda aperta
Se potessimo liberarci dall’ossessione di controllare ogni aspetto della nostra esistenza, quante energie potremmo restituire alla cura autentica, alla semplicità e alla meraviglia di vivere?
