
Quando accade una guerra, la colpa non è mai “del destino” o “delle circostanze”. La colpa è sempre di chi detiene il potere.
Ogni volta che una nazione entra in conflitto, a perdere non sono solo i civili. A perdere, per primi, sono i potenti, perché la guerra è il segno del loro fallimento.
Fallimento della diplomazia.
Fallimento dell’umanità.
Fallimento della responsabilità.
Eppure oggi, alcune figure pubbliche — anche ai vertici dell’Unione Europea — parlano di “riarmo” con orgoglio. Con disinvoltura. Come se fosse una cosa naturale. Come se dire “stiamo comprando armi” fosse un atto di forza, invece che una resa totale all’incapacità di dialogare.
Ma armarsi dovrebbe essere percepito come un’onta, non come un’opzione.
Dovrebbe essere un atto che mette in discussione, che provoca vergogna.
Perché chi parla di armi ha già perso. Ha fallito nel compito primario di ogni leader: evitare il conflitto, proteggere la pace. Non ci dovrebbero essere applausi, né giustificazioni. Dovrebbero esserci dimissioni automatiche. Perché se arrivi al punto di fare la guerra, hai dimostrato di non essere all’altezza del ruolo che occupi.
Tutto questo ci riguarda. Perché mentre siamo presi da notifiche, bollette aumentate del 200%, e infinite distrazioni digitali, ci viene sottratta la consapevolezza. E una società inconsapevole è una società manipolabile. Serve invece un pensiero lucido: quando i leader parlano di armi con naturalezza, noi dobbiamo rispondere con consapevolezza e indignazione. Non è normale. Non è tollerabile. È un fallimento che va chiamato per nome.
